
di GIANCARLO CHIAPELLO
PINEROLO – Egregio direttore, la lettera del signor Emanuele Grivetto “Solidarietà al Vescovo di Pinerolo: io sto con Derio” mi obbliga a rispondere con i complimenti per il tentavo dell’uso di una figura retorica della lingua italiana che si chiama “antìfrasi”, cioè usare una parola, una frase, con il significato opposto di quello proprio: qualcuno banalizzerebbe parlando di specchietto per le allodole oppure peggio, ma occorre, quando ci vuole, dare a Cesare quel che è di Cesare, al massimo si offenderanno le allodole che ci sono cascate.
C’è chi potrebbe spiegare tale figura retorica con una dotta citazione dal libro IX dell’Iliade e ricordare che “per me odioso, come le porte dell’Ade, è l’uomo che occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra” ma occorre stare sul tema senza allargarci troppo: la questione che ha assai attirato l’attenzione è la solidarietà e da cattolico la prendo molto sul serio anche perchè ha a che fare con ciò che va dato a Dio e questa maniera, appunto retorica, risponde all’indicazione evangelica che parte innanzitutto dalla “moneta” richiesta e la qualifica, cioè noi stessi? Certo c’è la parte poi più ironica del titolo quel “stare con” che tende a farsi richiamo al sentimento della comunità: questa è anche interessante perchè, implicitamente, non riconosce, forse, che deve puntare all’empatia della comunità diocesana per il suo Vescovo per cercare di fare breccia con una critica che, altrimenti, sarebbe solo una scontata ripetizione di puntate precedenti? Eppure, caro direttore, il titolo necessariamente contiene la verità, contiene ciò che è centrale nella discussione per un cattolico romano stante che il contenuto della lettera vuole trattare questioni della Santa Madre Chiesa: infatti contiene il nome del Vescovo, Derio, la persona conosciuta e riconosciuta, consacrata e dotata di autorità e c’è scritto “Vescovo di Pinerolo” che di fatto, risponde all’intento che forse, l’autore, voleva attribuire al titolo cioè riandare alla coerenza con la cattolicità.
Allora, mi domando, cosa ci sia di più chiaro per questo di ciò che scrisse alla Chiesa di Smirne il martire Sant’Ignazio di Antiochia, “Ubi Episcopus Ibi Ecclesia” e cosa possa esserci fuori da ciò? Lo spiegò bene Papa Benedetto XVI: “la Tradizione è la comunione dei fedeli intorno ai legittimi pastori nel corso della storia, una comunione che lo Spirito Santo alimenta assicurando il collegamento fra l’esperienza della fede apostolica, vissuta nell’originaria comunità dei discepoli, e l’esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa”. Le critiche sono vietate? L’autore dovrebbe rileggersi i documenti del Concilio Vaticano II e scoprirebbe le buone maniere cattoliche.
Con stima,
GIANCARLO CHIAPELLO
cattolico penitente (democratico impenitente)

















