OMICIDIO DEL BARISTA DI PINEROLO: SCARCERATI I 2 ARRESTATI, VANNO AI DOMICILIARI

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Giovanni Bruno

PINEROLO – Giovanni Bruno aveva 38 anni e viveva a Osasco. Era proprietario del Bar del Corso di corso Torino 304 a Pinerolo quando venne ucciso il 4 giugno 2013 con cinque colpi di pistola (di cui tre andati a segno) durante una rapina effettuata da tre malviventi fuggiti a bordo di un’automobile Peugeot 206. A fine luglio 2026 i carabinieri, coordinati dal pm Francesco La Rosa della procura di Torino, hanno individuato i tre presunti responsabili, uno dei quali è deceduto otto anni fa.

Dopo l’arresto avvenuto a fine luglio, che aveva riacceso i riflettori su uno dei casi di cronaca nera più dolorosi del pinerolese, i due presunti rapinatori ossia Gabriele Riondino e Pietro Zedde rispettivamente di 53 e 79 anni, hanno lasciato il carcere tra lunedì 10 e martedì 11 agosto per proseguire la detenzione presso le proprie abitazioni, dotati di braccialetto elettronico. Il tribunale ha accolto la richiesta presentata dai legali difensori, gli avvocati Roberto Brizio e Maria Grazia Tripodi, che respingono ogni accusa a carico dei due arrestati, affermando la loro innocenza.  Il giudice, nell’ordinanza, ha distinto le posizioni dei due indagati, basandosi su motivazioni differenti. Per Riondino il magistrato ha evidenziato come negli ultimi anni l’uomo si sia astenuto dal commettere reati, escludendo dunque il pericolo di reiterazione. Per Zedde invece la scarcerazione è stata disposta principalmente per ragioni di salute, che rendono la detenzione in carcere incompatibile con le sue condizioni.

La decisione del giudice è stata accolta con estremo disappunto dalla parte civile. L’avvocato Wladimiro Lanzetti, legale che rappresenta i familiari di Giovanni Bruno, ha contestato la scarcerazione, sottolineando lo sgomento della vedova. L’iter giudiziario, dunque, prosegue in attesa di quanto stabilirà il tribunale del riesame. La difesa dei due imputati continua a respingere le accuse, affermando l’innocenza dei due presunti rapinatori; i giudici dovranno quindi valutare la solidità dell’impianto accusatorio costruito dagli inquirenti a distanza di oltre un decennio dai fatti.

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